Perfezione o eccellenza?

9 giugno 2017

  

Sintesi

Quando ho l’occasione di confrontarmi con clienti, o potenziali clienti, che gestiscono realtà che si posizionano su una fascia medio alta del mercato, sento spesso parlare della perfezione come di quel pilastro sul quale si regge il successo dell’azienda. Ma la perfezione è davvero la strada per il successo?

 

Ad uno sguardo superficiale come non si può essere d’accordo che la strategia di marketing che il cliente mi richiede debba essere perfetta. Come non si può essere d’accordo con il cliente che aspira alla perfezione per essere un vero leader. Come non essere d’accordo che i dipendenti di un’azienda devono impegnarsi per far sì che i prodotti e/o i servizi offerti siano sempre perfetti.

Marketing, leadership, coaching, sono campi non prettamente matematici, dove non è sempre possibile misurare analiticamente i risultati. Misurare millimetricamente ogni azione quando si parla dei comportamenti e delle esperienze umane non è sempre facile, se non alle volte quasi impossibile.

L’aspirazione alla perfezione sembra essere una cosa positiva, e in parte è così. Il rischio è però di perdere di vista una cosa molto importante. La consapevolezza che la perfezione è una chimera. L’inseguimento della perfezione può trasformarci in novelli capitani Achab all’inseguimento della mitica balena bianca.

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Leonard Cohen nella sua canzone Anthem scrive: "C’è una crepa in ogni cosa. È da lì che entra la luce."

Coltivare la perfezione è un "errore" in qualsiasi ambito della nostra vita. In particolar modo negli ambienti di lavoro. Negli ambienti di lavoro dove si punta al raggiungimento di performance prive di difetti, si incorre spesso nel rischio di esacerbare una cultura volta alla venerazione della perfezione stessa.

Cultura che però non comporta dei reali benefici nel marketing, nella leadership, nel business aziendale e, si può affermare in generale, in nessun ambito.

Mi è capitato di osservare in alcune aziende il tentativo di distinguere il "perfezionismo tossico" da quello "non tossico". Un perfezionismo "buono" volto al raggiungimento del successo attraverso la "lotta" per l’eccellenza e l’imposizione di standard personali sempre più elevati. Si tratta in realtà di un tentativo di spaccare il capello non in quattro ma in otto.

Una ricerca condotta dalla psicologo Thomas Greenspon dimostra come sia un errore confondere la perfezione con l’eccellenza, e quindi quanto sia "sbagliata" una cultura basata sulla venerazione della perfezione.

Stephen Hawking in persona ha ben sottolineato questo aspetto scrivendo: "se qualcuno si lamenta di un vostro errore, rispondete che senza imperfezione né io né voi esisteremmo".

"Se qualcuno si lamenta di un vostro errore, rispondete che senza imperfezione né io né voi esisteremmo." Stephen Hawking

In poche parole la definizione di "buon perfezionismo" è di fatto solo un ossimoro. Se un perfezionista ha successo nel lavoro, non è grazie alla sua "mania" di perfezionismo.

La ricerca della perfezione è di fatto una vera e propria "mania". Spesso infatti la perfezione è legata ad un disagio emotivo, a disfunzioni di relazione con gli altri, e nei casi più estremi a disturbi ossessivo compulsivi della personalità.

La scienza dimostra come il perfezionismo sia una sorta di sindrome della personalità, che si rivela generalmente per due caratteristiche.

La prima caratteristica di un perfezionista è che questi tende a prefiggersi obiettivi molto alti, alle volte irraggiungibili. La seconda caratteristica del perfezionista è che critica severamente se stesso quando non riesce a raggiungere gli obiettivi che si è prefissato.

In poche parole il perfezionista ha paura del fallimento, si preoccupa per la possibilità di commettere errori, è motivato da un forte senso dell’obbligo e del dovere. Si tratta di una sorta di "lavoratore spaventato".

A tal proposito Nelson Mandela scriveva: "Non giudicatemi per i miei successi, ma per tutte quelle volte che sono caduto e sono riuscito a rialzarmi."

"Non giudicatemi per i miei successi, ma per tutte quelle volte che sono caduto e sono riuscito a rialzarmi." Nelson Mandela

Lo psichiatra David Burns afferma che il perfezionismo, piuttosto che essere una ricetta per il successo, è un buon metodo per l’auto-fallimento. Nella spasmodica ricerca di evitare gli errori, i perfezionisti soffocano la loro creatività ed evitano di assumersi dei rischi. A causa del loro forte senso di auto critica rischiano in oltre di soffrire di sintomi di depressione (senso di colpa, rabbia, tristezza, bassa energia, mancanza di piacere), ansia, disperazione, ecc…

Come fa il perfezionismo a radicarsi in una persona? Anche se gli studi a riguardo non sono ancora del tutto conclusi, il perfezionismo sembra sbocciare da una combinazione di fattori (genetica, educazione in famiglia, fattori socioculturali, ecc…).

Ad esempio il "genitore perfezionista" tende ad essere molto più severo, esigente e critico con i propri figli. Arriva ad utilizzare l’affetto e l’approvazione come ricompensa per prestazioni impeccabili. In questo quadro c’è poi da sottolineare che per le figlie di "genitori perfezionisti" è più difficile rispetto ai figli maschi di "genitori perfezionisti".

Gli errori dei maschi possono essere perdonati e/o dimenticati, ma un errore fatto da una donna è soppesato e ricordato a lungo, alimentando nella donna un atteggiamento "estremo" di raggiungimento della perfezione.

Tutto questo è alimentato tra l’altro dai molti pregiudizi che purtroppo tutt’ora esistono nei confronti delle donne. Spesso costrette a dover fare molto più lavoro rispetto ad un uomo per affermarsi professionalmente (a tal proposito un’interessante lettura è "What Works for Women at Work").

Nelle organizzazioni e negli ambienti professionali storicamente maschili, le donne sono più esposte alla sindrome dell’impostore. In questi ambienti anche le donne più competenti e brave possono nutrire dei dubbi sul fatto che siano veramente meritevoli dei propri successi. Una condizione di questo tipo, combinata con gli stereotipi più comuni sul lavoro femminile, diviene terreno fertile per portare le donne ad essere "vittime" inconsapevoli del perfezionismo.

Difficilmente un perfezionista può essere un mentore, un coach. Le relazioni più produttive che un leader può creare si basano normalmente sulla trasparenza, sulla reciprocità, sull’apertura e fiducia verso gli altri. Il suo bisogno disperato di apparire impeccabile saboterà inevitabilmente la sua capacità di essere un buon coach, un buono mentore, un buono leader.

Marilyn Monroe diceva che: "l’imperfezione è bellezza, la pazzia è genialità, ed è meglio essere assolutamente ridicoli che assolutamente noiosi".

"L’ imperfezione è bellezza, la pazzia è genialità, ed è meglio essere assolutamente ridicoli che assolutamente noiosi." Marilyn Monroe

Quindi come si può riuscire ad evitare di finire nelle sabbie mobili del perfezionismo? Ecco alcuni suggerimenti (ovviamente imperfetti).

  • Metti il perfezionismo alla porta. Analizza i tuoi obiettivi, e confrontali con amici e colleghi, per capire se ti stai ponendo traguardi irraggiungibili. È importante interiorizzare che siamo esseri umani e che l’imperfezione, l’errore, fanno parte della nostra natura.
  • Focalizza l’attenzione su una visione di crescita. Quando commetti degli errori, o incorri nei fallimenti, devi imparare a guardare a questi eventi come preziose lezioni di crescita, che ti permetteranno di migliorarti e di crescere.
  • Non fingere di sapere. Non mostrarti competente in materie in cui non lo sei. È più importante affrontare assieme agli altri nuovi campi, temi, argomenti che non conosci, piuttosto che far finta di essere dei tuttologi.
  • Sorridere e ridere. Un sorriso e una risata (non sguaiata) hanno un enorme potere. Permettono di togliere l’ansia, le preoccupazioni e di rilassare le persone attorno. Un clima sereno e che accetta la possibilità di errori, permette di creare le condizioni perché questi siano davvero pochi.

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