Il lavoro perfetto

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Articolo del 19 agosto 2019

Ognuno di noi ad un certo punto della propria vita lavorativa si è posto la seguente domanda: quale sarebbe il lavoro perfetto per me?
Generalmente sappiamo esattamente quali sono gli elementi che deve possedere il lavoro che fa esattamente per noi, ma raramente scegliamo un lavoro che risponde realmente alle nostre aspettative, generando spesso in noi un senso di insoddisfazione o frustrazione.

Dopo il successo e la relativa attenzione suscitata dall'articolo "Yugen e il senso della vita" mi sono soffermato su alcune ricerche il cui focus è la relazione tra soddisfazione di un lavoratore e le sue "prestazioni", e di conseguenza, la qualità del proprio lavoro.

Si tratta di una condizione che un buon leader deve conoscere e comprendere se vuole essere capace di motiva e guidare i propri collaboratori al raggiungimento dei propri obiettivi.

Cosa vuoi veramente?

Gli studi condotti fino ad ora di fatto hanno rilevato che la gran parte delle persone vuole ottenere fondamentalmente tre cose dal proprio lavoro:

  • Competenza: avere la possibilità di mostrare le proprie capacità, di vederle valorizzate ed apprezzate, e di aver modo di crescere professionalmente;
  • Senso di appartenenza: avere relazioni proficue con i colleghi e sentirsi apprezzati da questi ultimi. Questo è uno dei motivi per cui la cultura aziendale è determinante per la soddisfazione o l'insoddisfazione tra i dipendenti;
  • Avere uno scopo: sentire di avere uno scopo, sentire di fare parte di qualcosa di più grande di noi, che contribuiamo ad una causa;

Naturalmente sarebbe da ingenui pensare che esiste per ognuno di noi il lavoro perfetto. Ma ognuno di noi può aspirare ad un lavoro che ci si avvicina il più possibile alla perfezione. Anzi può impegnarsi quotidianamente per migliorare il proprio ambiente di lavoro con questo obiettivo.
Ognuno di noi prova il desiderio innato di riuscire ad ottenere "il lavoro perfetto", o quanto meno, di riuscire a migliorare sempre di più nei limiti del possibile la propria situazione lavorativa.

La giusta domanda

Questo desiderio di miglioramento non è un elemento negativo. Anzi tutto il contrario. Cercare di migliorare il proprio ambiente di lavoro in modo tale da vedere valorizzate le proprie capacità è molto importante.
Studi condotti a riguardo (vedi "Development and validation of the job crafting scale" e "The impact of job crafting on job demands, job resources, and well-being"), dimostrano che la conseguenza di questo impegno è un miglioramento generale delle performance delle persone e di conseguenza dei risultati ottenuti dalle azienda.

La domanda che a questo punto sorge spontanea è: se riuscire a svolgere un lavoro che per noi è perfetto è così vitale per il nostro benessere e quello dell'azienda in cui si lavora, perché molti di noi scelgono un lavoro che non si addice alle proprie esigenze?

Facendo sintesi, si può affermare che le ricerche indicano fondamentalmente due ragioni a questo atteggiamento.

Il denaro parla - e la gente ascolta.
Alcune ricerche (vedi ad esempio "The relationship between pay and job satisfaction: A meta-analysis of the literature") dimostrano che non esiste una vera e propria correlazione tra retribuzione e soddisfazione personale.

Gli avvocati che guadagnano 160.000 dollari all'anno sono soddisfatti del proprio lavoro quanto gli infermieri che guadagnano 35.000 dollari all'anno. In poche parole sembra valere il detto "il denaro non rende felici".

In effetti è così, molto spesso il grado di soddisfazione del proprio lavoro non è correlato all'aspetto economico (che comunque svolge un ruolo importante).
Se il denaro infatti non è la fonte principale di soddisfazione, è sicuramente una forte leva per motivare una persona. Le decisioni che prendiamo riguardo al lavoro sono fortemente influenzate dagli incentivi economici che comportano.

Infatti, anche quando le persone affermano che sarebbero disposte a guadagnare di meno in cambio di maggiore tempo libero, di maggiore flessibilità e di un lavoro più piacevole, se messe davanti alla scelta preferiscono optare per il lavoro che offre lo stipendio più elevato.

Bravi a sopportare

Siamo bravi a "sopportare" un lavoro che non ci soddisfa. Siamo capaci di sopportarlo più di una relazione che non ci soddisfa.

Quando si tratta della nostra carriera lavorativa, la "nostra felicità" passa in secondo piano ("Happiness: The Economic Analysis"). Una persona può anche ricoprire ruoli insignificanti, ma sarà comunque riluttante a cambiare lavoro (vedi lo studio "Valuing Time Over Money Predicts Happiness After a Major Life Transition: A Pre-Registered Longitudinal Study of Graduating Students").

È questo elemento che spesso determina quel senso di insoddisfazione che si prova nel proprio lavoro quotidiano (vedi gli articoli "I gironi dell'inferno del lavoro", "Motivare i dipendenti" e "È tutta questione di comunicazione").

La scarsa consapevolezza di sé stessi limita le scelte intelligenti. Le persone sono generalmente incapaci di valutare in modo obiettivo le proprie capacità (vedi gli articoli "Stupidi da soli, intelligenti insieme" e "5 errori mentali").

Anche quando si decide di "seguire le proprie passioni" non c'è la garanzia che si riuscirà a raggiungere il successo. Insomma fare ciò che ci piace non è comunque una garanzia di riuscita. I rischi nelle scelte lavorative ci sono sempre, sia che si cerchi un lavoro come dipendente o si diventi un lavoratore autonomo si tratta sempre di un vero e proprio salto nel vuoto.

Pensiamo all'aumento del numero di P.IVA aperte negli ultimi anni. Aperte da molti giovani entusiasti dell'idea di essere il capo di se stessi e di dedicarsi alle proprie passioni. Questo non determina automaticamente la sicurezza di un successo professionale.
Certo tra questi potrebbero esserci i prossimi Bill Gates o Steve Jobs. Ma è importante ricordare che per ogni storia di successo ci sono milioni di storie di "fallimenti" (vedi l'articolo "5 errori mentali").

In media, oggi, le persone che abbandonano il lavoro da dipendente per diventare liberi professionisti finiranno per lavorare di più e guadagnare di meno e di fatto contribuire di meno all'economia più ampia della società in cui si vive. In molti casi, se fossero rimasti dipendenti, avrebbero potuto essere molto più felici e avere più successo.

Diventa quindi fondamentale per un manager saper condurre al meglio il processo di assunzione, al fine di individuare la persone più giusto per il ruolo. Questo implica non solo saper ricercare la persona giusta, ma che anche il candidato sia in grado di capire quali caratteristiche sono ricercate e che il candidato stesso conosca le sue capacità.
In oltre è fondamentale che gli incentivi economici non influenzino la scelta in modo preponderante.

Un buon leader quindi deve saper aiutare i propri collaboratori anche in questo tipo di scelte. Sia quando questi vengono assunti, sia quando questi vivono una condizione tale per cui sentono di dover cambiare lavoro.
Coltivare competenze richiede molto tempo, e quinidi ricoprire un ruolo che non ci si addice è deletereo per noi stessi e per l'azienda stessa.
Non siamo infatti in grado di dare il meglio di noi stessi se non scegliamo un lavoro che ci calzi a pennello.

Francesco Russo Consulente Marketing

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