Mamma! Occhio allo shareting!

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Articolo del 13 settembre 2019

Il New York Times quest'estate ha dedicato una serie di articoli al fenomeno dello shareting. Un neologismo anglosassone per descrivere il fenomeno della condivisione dei genitori delle foto e dei video dei propri figli sui social network (puoi leggere "If You Didn't 'Sharent,' Did You Even Parent?", "The Problem With Sharenting" e "Mom and Dad, It’s My (Digital) Life").

L'anno scorso nell'articolo "Come il GDPR cambia le strategie di marketing" mi sono soffermato su come è possibile attuare una strategia di marketing nel rispetto del Regolamento UE 2016/679 sulla privacy.

Se le agenzie di marketing e comunicazione devono prendere consapevolezza che le loro azioni devono essere sempre compiute nel rispetto del GDPR, anche le persone oggetto delle attenzioni delle strategie di marketing devono interiorizzare l'importanza della tutela della sfera privata, in particolar modo quando si tratta di bambini.

È di fatti abbastanza normale oggi, nello scorrere il feed di un social network, incorrere in foto e video che ritraggono bambini. Genitori che con il diffondersi dell'uso dei social hanno iniziato a percepire il confine tra "privato" e "pubblico" in modo sempre più labile.

Una volta si chiamavano album di famiglia, si sfogliavano solo in occasione dei pranzi domenicali in cui ci si ritrovava con nonni e zii. Generalmente le foto del primo compleanno, del battesimo, della comunione, le vacanze al mare, e così via...
Poi arrivò il super 8, le diapositive, e i filmini registrati su nastro.

Tutto questo personalmente lo ritengo un vero e proprio patrimonio antropologico, che ogni famiglia giustamente custodisce con fierezza e orgoglio, e così dovrebbe essere anche oggi.

L'apparizione di internet, e la diffusione dei social network ha dato origine ad una vera e propria esplosione di infinite gallerie di foto e video (questo anche grazie alla tecnologia, che in pochi secondi permette non solo di catturare foto e registrare video, ma anche di diffonderli sulla rete).

Come sempre, l'introduzione di una nuova "tecnologia" richiede una consapevolezza del suo uso. Questo purtroppo non è avvenuto con la rete, il cui sviluppo, forse, è stato ed è troppo veloce per le nostra capacità di adattamento.

L'unico è diventato l'identico, la cattura del tempo è diventata ripetizione, mostrare è diventato esibire, e soprattutto l'ingannevole privato è diventato un "edonisticamente pubblico".

L'Era dello shareting

Per riferirsi alla propensione di molti genitori a fotografare i propri figli, anche piccolissimi, per poi presentarli senza protezione alla comunità sui social come fossero gattini o pietanze estrosamente impiattate, gli americani hanno coniato un termine specifico: sharenting.

Questo termine nasce dalla crasi apparentemente innocua tra l'azione di condividere (to share) e il compito di essere genitori (parenting). Una parola che definisce però un fenomeno che innocuo non lo è affatto.

Non lo è perché non è autorizzato dagli interessati, perché lascia tracce perenni e può anche avere conseguenze negative, se non pericolose, per tutti i soggetti della foto o del video.

Come documentato dagli articoli del New York Times, cresce negli Stati Uniti il numero di bambini e di adolescenti che, risentiti per la violazione della loro privacy, decidono di affrontare i loro genitori su un terreno che di solito dovrebbe essere proprio di pertinenza genitoriale: "rifletti su quello che stai facendo, proteggi la tua immagine, non abusare della rete".
Parole che dovrebbero essere pronunciate da un genitori e non da un figlio.

Ciò che una volta si interiorizzava attraverso un'assimilazione lenta, ora lo si esteriorizza attraverso un'espulsione veloce. Paesaggi, monumenti e, ovviamente, selfie vengono subito condivisi.
I più discreti con parche condivisioni whatsapp, i più incalliti con spedizioni web urbi et orbi. È il "mito" dello sharing: annulla le distanze, estende i confini, promuove approvazioni, aumenta la convinzione di non essere soli.

Un fenomeno che sta portando ad assumere comportamenti alle volte "assurdi", comportamenti che tutti noi condanniamo ma che spesso assumiamo, e che ho raccontato negli articoli "Morire per un selfie con un orso" e "Quando il selfie uccide".

Se la foto del scattata in spiaggia e inviata ai nonni è un'occasione di condivisione all'interno della famiglia, il video "divertente" con protagonista il piccolo di casa caricato su Youtube è vanitoso e "leggermente abusivo".

Ricevere tanti like e condivisioni fa piacere a chiunque, è umano. Ma i minori vanno tutelati, non solo non pubblicando foto e video che li vedono protagonisti, ma anche insegnando loro l'importanza della sfera privata.

Viviamo in un mondo che sempre di più farà dei "dati" il nuovo oro. Come ho raccontato negli articoli "Molliche di pane digitali", "Google traccia le vite offline" e "Big Data per creare valore".
Diventa quindi fondamentale oggi "inoculare come un vaccino" nei più piccoli il concetto di privato e di riservatezza.

Una volta divenuti grandi, quante volte ci siamo sentiti imbarazzati, quando i nostri genitori hanno aperto gli album di famiglia e mostrato le nostre foto ad amici o conoscenti?
Immaginiamo cosa potrebbe provare in un prossimo futuro un bambino che oggi è oggetto di così tante attenzioni "mediatiche".

L'associazione Parent Zero infatti ha stimato che un bambino inglese di circa cinque anni, oggi, in media è già protagonista di quasi 1500 foto postate online dai genitori.

Il problema, oltreché giuridico, è soprattutto di tipo psicologico. Non dimentichiamoci che, soprattutto in adolescenza, la formazione dell'identità passa attraverso anche una propria sfera intima, attraverso il concetto di "segreto".

Furto di identità e non solo

Tutto questo senza contare sul fatto che nel prossimo futuro l'abbondanza di materiali come foto e video potranno essere occasioni "ghiotte" per malitenzionati che ad esempio volessero effettuare un furto di identità, oppure potranno costituire un'occasione per i pedofili, ecc...

In conclusione

I più giovani oggi subiscono una sovraesposizione "mediatica" senza esserne consapevoli. Un'esposizione che cancella il confine tra reale e virtuale, tra privato e sociale. Forse le nuovissime generazioni, magari più consapevoli, stanno provando a difendersi e chiedono ai genitori di non essere i primi involontari violatori della loro privacy.
Forse non sono in grado di distinguere tra privato e pubblico. Sta di fatto che il primo "baluardo" per tutelare i più piccoli dai pericoli del mondo rimane il buon senso dei loro genitori.

Francesco Russo consulente marketing - BrioWeb consulenza marketing

Articolo tratto dal blog di marketing di Francesco Russo
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